I vicini scomodi del Duce

La recensione a I vicini scomodi 
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La vicenda biografica di una famiglia diventa il frammento romagnolo della Shoah italiana. I vicini scomodi. Storia di un ebreo di provincia, di sua moglie e dei suoi tre figli negli anni del fascismo di Roberto Matatia è una storia vera, lucida, degli anni romagnoli della famiglia Matatia, una testimonianza cruda di vita e cultura ebraica all’ombra del fascismo.

Chi di noi non ha avuto modo di provare la sensazione di avere un vicino spiacevolmente "scomodo"? Quanti di noi non hanno pensato che certe vicinanze possano essere inopportune e, probabilmente, anche problematiche per i nostri fragili equilibri? Ebbene, quella che si consuma nell’estate del 1938 è la storia di una "scomoda" vicinanza tra Nissim, ebreo di origini elleniche, da pochi anni trasferitosi in Italia, e Benito Mussolini, vicinanza non comune che, nel contesto di una suadente e attrattiva città come Riccione per le sue atmosfere paesaggistiche raffinate, deve fare i conti con una realtà, sempre più opprimente, imbarazzante, soffocante.

La storia di Nissim è raccontata con lucidità e profonda commozione dal nipote Roberto Matatia, che ripercorre le vicende di quegli anni tormentati, a volte contraddittori, fatti di chiaroscuri vulcanici, esplosivi (penso, come contraltare del fascismo, alla vivace stagione romagnola di Boccioni e di Balla, di Ginna e Corra, di Mario Guido Dal Monte, Giannetto Malmerendi, alle opere futuriste di Leo Longanesi, sculture e ceramiche di Leonardo Castellani e delle botteghe Gatti e Ortolani, ai manifesti letterari e alle poesie, ai libri, partiture originali, che fecero della Romagna di quegli anni la terra di un Futurismo ricchissimo e indisciplinato), anni durante i quali si consumava inesorabilmente la grande e profonda illusione di una nazione intera, che si apprestava a vivere un’avventura apocalittica sotto le sembianze di una promessa di un grande e luminoso futuro.

Nissim dunque non è un uomo di potere, un gerarca o un facoltoso industriale, così da ambire la vicinanza ad un uomo particolarmente amato, adorato, idolatrato per un buon ventennio. Nissim ha di fronte la spiaggia e, soprattutto, a pochi metri la villa dell’uomo più potente, complesso e controverso dell’epoca, Mussolini. Durante l’estate del ’38 feste, ricevimenti, vita di spiaggia, atmosfere surreali fungono da fondale scenico inquietante e paradossale per gli Ebrei italiani. Così, sempre più insistenti iniziano le pressioni violente e intimidatorie delle guardie armate del regime su Nissim, affinché venda la villa. Nissim resiste disperatamente, finché le leggi razziali non cadono come una mannaia anche su di lui. Le minacce di violente ritorsioni costringono la famiglia a cedere per pochi soldi la famosa villa e a cercare di sopravvivere nella condizione di paria in cui la legislazione razziale li ha ridotti. La figlia Camelia, costretta poi a spezzare le speranze sul binario 21 della stazione ferroviaria centrale di Milano, ci ha lasciato una preziosa testimonianza di quegli anni convulsi e pieni di angoscia: alcune lettere giunte fino a noi in modo fortunoso. L’innocenza dell’adolescenza è più forte della crudeltà del mondo dei grandi e, pur vivendo in un mondo sconvolto dall’odio e dalle violenze verso la sua "razza", Camelia ci racconta i suoi sogni e i suoi progetti, ma anche il suo tormento per la famiglia.

Quello di Matatia è un volume (pubblicato da Giuntina a gennaio 2014) che merita di essere conosciuto e apprezzato, da grandi e più giovani, va letto e fatto conoscere specialmente nelle Scuole, perché è portatore di messaggi luminosi come uno squarcio di luce e speranza nella nostra quotidianità, spesso tetra e buia, un lavoro che ben si distingue per essere riuscito a intrecciare con voce ferma e straordinaria precisione e lucidità, anche emotiva, tra le pieghe della Grande Storia, l’intima speranza di ognuno a scrostare sotto le nostre "cortecce", insieme con i ricordi, funghi e parassiti.

Un lavoro che ci costa fatica, come il lavoro di un agricoltore, che si preoccupa per le foglie dei suoi alberi, per i loro tronchi, per le radici, ma sempre consapevole che i parassiti più pericolosi sono i tarli, i tarli della Memoria e della verità storica.




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